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Tra innovazione e proteste: la scalata di Uber in Italia

Tra innovazione e proteste: la scalata di Uber in Italia


Uber in Italia non ha avuto vita facile. Da quando è sbarcata nel Paese nel 2013, l’azienda californiana ha dovuto affrontare proteste e blocchi, culminati nel divieto di operare al servizio UberPop su tutto il territorio nazionale 2015. Ciononostante, la piattaforma negli ultimi anni ha saputo espandersi in diverse città, con i suoi servizi UberBlack e UberTaxi. E’ notizia di questi giorni lo storico accordo tra l’azienda e la piattaforma IT Taxi, il più grande consorzio di tassisti italiano. L’intesa permetterà ai taxi aderenti al consorzio, circa 12.000, di essere inclusi nell’app di Uber, mentre i tassisti potranno raccogliere richieste provenienti dall’app californiana. L’accordo sembra di portata storica, vista l’atavica ostilità mostrata dai tassisti nei confronti dell’azienda californiana. Per capire come si è arrivati qui, occorre ripercorrere le tappe di Uber in Italia. 

Uber e l’Italia: tra proteste e blocchi

Nato nel 2009 a San Francisco, Uber approda in Italia nel 2013, per la precisione a Milano e poi Roma. Il primo servizio ad arrivare è UberBlack, riconducibile alla categoria dei servizi di noleggio con conducente (Ncc). Non passa molto tempo prima che UberBlack inizi a causare i primi grattacapi al Comune di Milano. Infatti il servizio non rispetta la normativa italiana sugli Ncc del 1992, che prevede l’obbligo di rientro del conducente all’autorimessa alla fine del servizio, scatenando le proteste dei tassisti e del Fai, sindacato Ncc. La situazione porta il Comune a pubblicare nel 2013 una determina dirigenziale, dove intima alla piattaforma di adeguarsi alle regole italiane. 

Ma il servizio a destare più preoccupazioni è UberPop, sbarcato sempre nel capoluogo meneghino nel marzo 2014, che non richiede agli autisti alcun tipo di licenza. Il servizio, meno costoso di UberBlack, si diffonde in altre tre città italiane, inasprendo la concorrenza nei confronti dei taxi locali. Le proteste iniziano a montare in varie città, tra cui Milano, Roma e Torino. 

Nel 2015 si arriva a una svolta. Il tribunale di Milano dichiara il blocco di UberPop in tutta Italia, dopo un ricorso effettuato dai tassisti della città. Tra le motivazioni del blocco si trovano la concorrenza sleale e la violazione della disciplina amministrativa che regola il servizio taxi. Pertanto il tribunale non riconosce la posizione dell’azienda, che definiva UberPop come un servizio di car sharing. Da quel momento in poi UberPop non sarà più presente in Italia

L’unico servizio a rimanere attivo è dunque UberBlack, che comunque continua a provocare malcontenti tra i tassisti. Il servizio infatti viene accusato di non rispettare l’obbligo di rientro in rimessa sancito dalla legge italiana per gli Ncc, diventando così concorrenziale nei confronti dei taxi. Le ire dei tassisti si inaspriscono sempre di più quando nel 2017 il Governo Gentiloni, con il decreto Milleproroghe, pensa di abolire questo divieto. Sempre nel 2017 Uber rischia di dover dire addio alle proprie ambizioni italiane. Infatti nel marzo di quell’anno il Tribunale di Torino riafferma il blocco di UberPop su tutto il territorio nazionale. Ma, soprattutto, il mese successivo il Tribunale di Roma ordina il blocco di tutti i servizi Ncc di Uber, tra cui UberBlack, per concorrenza sleale. In sostanza, l’ordinanza decreta l’impossibilità di operare per praticamente tutti i servizi offerti dalla piattaforma. Tuttavia, l’azienda di San Francisco fa ricorso e ottiene il ripristino dei servizi Ncc, e quindi anche UberBlack. 

Uber in Italia negli ultimi anni: un cambio di strategia? 

Negli ultimi anni, Uber ha ricalibrato la propria strategia. Nel 2018 si assiste all’introduzione a Torino di UberTaxi. Uber in questo caso funziona come piattaforma dove è possibile prenotare un taxi che decide di associarsi al servizio. Nel 2020, il servizio si espande a Napoli. Attualmente il capoluogo campano e quello piemontese sono le due città italiane con questo tipo di servizio attivo, anche se, notizia di pochissimi giorni fa, approderà a Roma il servizio a partire dal prossimo giugno, per poi espandersi nel resto d’Italia in virtù dell’accordo con IT Taxi.  

Eppure, anche UberBlack ha continuato a espandersi. Nonostante la reintroduzione dell’obbligo di rimessa nel 2019 da parte del governo gialloverde (dichiarato poi inconstituzionale dalla Corte Costituzionale) , il servizio si è diffuso in diverse città italiane, oltre Roma e Milano. Negli ultimi tre anni il servizio è approdato infatti a Bologna (2020), Firenze, Torino (2021), Palermo, Catania (2022). Ad oggi, Torino è l’unica città dove sono attivi entrambi i servizi. 

La strategia italiana di Uber non si limita ai servizi di mobiità urbana su quattro ruote. Uber ha lanciato in Italia nel 2016 la sua piattaforma di delivery UberEats, approdando a Milano. Ora la piattaforma è attiva in svariate città italiane. 

L’azienda californiana si è inserita anche nei servizi di mobilità urbana su due ruote con un accordo con Lime, che permette di noleggiare biciclette e monopattini attraverso l’app di Uber. Il servizio è stato lanciato nel 2020 a Roma ed è attualmente attivo anche a Torino e Milano. 

Le ragioni di una nuova strategia 

Come appare evidente, nonostante proteste e divieti, la piattaforma di San Francisco è riuscita a ritagliarsi una fetta di mercato sempre più rilevante. A oggi, con i suoi servizi di mobilità a quattro ruote, Uber è disponibile per circa 7,6 milioni di persone, corrispondente a quasi il 13% della popolazione italiana. L’utenza è cresciuta specialmente negli ultimi anni, quando i servizi di UberBlack e UberTaxi si sono diffusi nelle principali città italiane. Questo nonostante l’ostilità nei confronti della piattaforma da parte di diversi attori, primi tra tutti le associazioni dei taxisti. 

Tuttavia, questa ostilità non ha impedito l’espansione di Uber in Italia, annunciata dalla piattaforma con un piano presentato nel 2020. La lettura di questo documento aiuta a comprendere la logica alla base della strategia di diffusione della piattaforma. Uber infatti si prefigge di espandersi nel rispetto delle norme locali, creando opzioni di trasporto più sicure e in constrasto al fenomeno dell’abusivismo. 

In questo senso si può comprendere lo sviluppo incrementale ed eterogeneo della piattaforma nelle diverse città italiane. Non sempre Uber arriva con lo stesso servizio: in alcune città, con UberTaxi; in altre con UberBlack. Sembra quindi che la strategia di Uber sia ora quella di un approdo nelle diverse realtà locali più morbido, per evitare violazioni di normative e per evitare di inimicarsi interessi chiave come quelli dei tassisti. L’atteggiamento sembra quindi sicuramente più collaborativo e conciliante nei confronti degli attori chiave nella regolamentazione e offerta del trasporto pubblico non di linea. 

Un altro pilastro della nuova strategia italiana di Uber è la creazione di un’offerta di trasporto multimodale. L’obiettivo è quello di far sì che la piattaforma includa diverse alternative di trasporto: non solo taxi e Ncc, ma anche servizi di mobilità su due ruote come Lime, tutti disponibli in un’unica app, con lo scopo di sviluppare un approccio olistico alla mobilità urbana. Va comunque sottolineato che la decisione di lanciare servizi alternativi a quelli con autista, tra cui UberEats, potrebbe risiedere anche nel tentativo di cercare forme di investimento alternative dopo le difficoltà da parte della piattaforma di lanciare i propri servizi più tipici. 

In ogni caso, appare evidente il tentativo di Uber di diventare un pilastro nella mobilità urbana, anche in Italia. Da qui nasce l’obiettivo di diventare una piattaforma multimodale, che si offra diversi servizi legati al trasporto urbano, sviluppando partenariati con interessi ed enti un tempo ostili, ma ora chiave, come tassisti ed enti locali. L’obiettivo ultimo sembra quello di far sì che Uber possa controllare aspetti chiave del mercato della mobilità in modo da diventarne un attore fondamentale, se non quello più importante. 

Uber e l’Italia: quale futuro? 

Uber in Italia non ha avuto vita facile, tra blocchi e proteste di diversi attori. Ciononostante, negli ultimi anni la piattaforma è riuscita a espandersi negli ultimi anni nelle maggiori città italiane conUberBlack e UberTaxi e anche altri servizi come Lime e UberEats. Quali sono le prospettive di crescita di Uber? Come indicato nel piano del 2020, Uber sembra aver abbandonato le velleità di un rilancio nel Bel Paese di UberPop, che, come riconosciuto dalla piattaforma stessa, ha contribuito a creare il clima di ostilità nei confronti del marchio. Questo orientamento è stato confermato lo scorso anno da Lorenzo Pireddu, general manager di Uber Italia, in un’intervista alla Stampa. 

La strada maestra sembra dunque quella di un approccio graduale di inserimento nelle diverse realtà urbane dello Stivale, caratterizzato da una logica maggiormente cooperativa rispetto al passato, con l’obiettivo ultimo di creare una piattaforma multimodale per la mobilità. In questo senso va letto l’accordo di pochi giorni fa tra la piattaforma IT Taxi e Uber. L’idea dunque pare quella di rendere l’azienda californiana un attore fondamentale della mobilità urbana, che raduni attorno alla propria piattaforma gli attori chiave del trasporto urbano. 

L’autore sta attualmente lavorando come assistente di ricerca per il progetto REGULATE, condotto dalla Hertie School of Governance e dal Centro delle Scienze Sociali (WZB) di Berlino e finanziato dall’Associazione Tedesca per la Ricerca (DFG). Il progetto vuole investigare le diverse strategie di regolamentazione delle città europee nei confronti della platform economy. Parte della ricerca fatta dall’autore per questa analisi è stata condotta nel suo lavoro per il progetto. 

*Crediti foto: Jenny Ueberberg via Unsplash
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